100 sfumature di progetto

Nei nuovi spazi romani dello studio Labics, i modelli diventano protagonisti. Appesi alle pareti come quadri o disposti sui tavoli di lavoro, sono espressione tangibile di una ricerca architettonica che porta dall’idea alla forma concreta del progetto

 

Foto di Marco Cappelletti – Testo di Laura Ragazzola

 

Uno spazio di lavoro in un bell’edificio romano degli inizi 900. La targa fuori dalla porta recita: Labics. È il nome che i padroni di casa – gli architetti romani Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori – hanno scelto 15 anni fa, all’inizio della loro carriera, per sintetizzare la loro idea di architettura: un’attivita di ricerca aperta, condivisa, strutturata.

E nella nuova sede questa idea ha assunto un’evidenza immediata, quasi fisica: basta osservare il gran numero di modelli esposti in ogni angolo e addirittura alle pareti.

Come si lega questo layout al modo di lavorare del vostro studio?
Maria Claudia Clemente. Certamente raffigura assai bene il nostro approccio progettuale. Per noi, infatti, il modello, rappresenta uno strumento di verifica importante lungo tutto il percorso di lavoro: da quando l’idea è nella sua fase più astratta, concettuale, sino a quando il progetto raggiunge la sua forma compiuta.
Così, se lei si guarda in giro potrà riconoscere alcuni edifici che abbiamo realizzato, ma ci sono anche plastici incomprensibili, difficilmente riconducibili a una precisa realizzazione. Sono il frutto di un lavoro di ricerca teorica, di sperimentazione.

Pensate quindi in tre dimensioni?
Francesco Isidori. Non proprio: i nostri modelli spesso sono più bi-dimensionali che tridimensionali. Mi spiego. Una delle idee di fondo della nostra ricerca è il concetto di struttura, intesa nei suoi molteplici significati: struttura geometrica, struttura delle funzioni, struttura dei percorsi. L’indagine che facciamo non è necessariamente volumetrica, quindi vista nelle tre dimensioni, ma è più che altro una ricerca sulla natura della struttura del progetto…
M.C.C. … in altre parole, i plastici non rappresentano il progetto com’è, ma ci parlano dell’idea che sta dietro a quel progetto. Spesso sono molto astratti e poi a mano a mano diventano più rappresentativi.

Resta comunque il fatto che sono oggetti materiali…
M.C.C. Sì certo, il plastico è comunque una costruzione reale, che ci consente di formalizzare un’idea nello spazio.

Quanti ne realizzate per ciascun progetto?
F.I.  In media una decina. Ogni modello rappresenta una sfumatura del medesimo tema. A partire da questa idea tre anni fa abbiamo fatto anche una mostra.

Ce la racconta?
F.I. S’intitolava ‘Structures’ e portava in scena 50 modelli, che abbiamo realizzato tra il 2014 e il 2015, a partire da una matrice astratta le cui generatrici rappresentavano alcuni semplici archetipi spaziali su cui spesso lavoriamo: il confine tra interno ed esterno, tra architettura e paesaggio, tra oggetto singolo e serie e così via…

Ma in questo processo vince l’idea o la costruzione?
M.C.C. Per noi l’architettura è costruzione.  Diciamo meglio che la nostra idea di progetto è astratta e costruttiva nello stesso tempo. Non amiamo i rendering perché è un’idea di architettura basata sull’immagine nella quale non ci riconosciamo. Noi ci basiamo sul principio della struttura.

Li realizzate voi i modelli e in quale materiale?
F.I. Li costruiamo noi, utilizzando legno, carta o cartone, nylon, dipende… il materiale varia secondo le circostanze. Usiamo anche la pietra, ma in questo caso ci facciamo aiutare.

mostra, plastico, costruzione, Come li ‘archiviate’ ?
F.I. Nello studio precedente erano accatastati su due soppalchi…
M.C.C.… e quando abbiamo fatto il trasloco, tre anni fa, in questo nuovo spazio, ci siamo resi conto della straordinaria quantità di modelli che avevamo realizzato. Be’, in quel momento abbiamo capito che per noi il plastico era uno strumento di lavoro davvero irrinunciabile… Così abbiamo pensato di appenderli alle pareti come una sorta di quadreria contemporanea di plastici.

Uno studio – wunderkammer, dunque?
F.I. Ma qui non si vede nulla di straordinario, solo oggetti che nascono dal pensiero, dal lavoro…
M.C.C. Il nostro studio – come ricorda lo stesso nome, Labics – è soprattutto un laboratorio, e per noi l’architettura è una ricerca che punta a trovare soluzioni a problemi. C’è sempre una logica nel nostro percorso di lavoro, non ci affidiamo solo all’emozione.

Ma anche l’emozione gioca un ruolo, però?
F.I. Certamente. Per noi una cosa logica non è solo razionale, ma mette insieme tutti i principi del progetto, tra i quali ci sono anche bellezza ed emozione.
M.C.C.  Sa che cosa c’era in questo spazio prima che noi arrivassimo? Una scuola di ballo. E ci piace moltissimo pensare che tutti i giorni veniamo a lavorare in un luogo dove un tempo si danzava… e mi tornano in mente le parole di Paul Valery sul disegno e la danza… che emozione!